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La tutela delle vittime del dovere e del terrorismo

Il Reboa Law Firm è specializzato nella tutela delle vittime di grandi tragedie sociali, sanitarie, e naturali, oltre che le vittime del dovere e del terrorismo, per le quali lo stato italiano riserva una tutela speciale.

La maggioranza di vittime del dovere sono agenti di polizia, Carabinieri o militari caduti nell’esercizio delle proprie funzioni, mentre tra le vittime del terrorismo il Reboa Law Firm ha ottenuto i risarcimenti per molte persone che subirono attentati negli anni di piombo in Italia a causa delle loro idee politiche.

Non tutti sanno che, sia in caso di sopravvivenza che in caso di morte, sia le vittime che i superstiti hanno diritto ad ottenere vari benefici.

Elenchiamo qui i benefici a cui le vittime del dovere e del terrorismo e i loro familiari hanno diritto in caso di morte, riservandoci di fornire informazioni più specifiche qualora fossimo direttamente contattati dai beneficiari:

  1. L’esenzione dal pagamento di ticket per ogni tipo di prestazione sanitaria(L. 30 Ottobre 1990 e D.P.R. n. 243/2006, art. 4, comma 1, lett. a), n. 2).
  2. Il diritto al collocamento obbligatorio (art. 1, co. 2, della L. 407/1998).
  3. Il diritto a ricevere due assegni vitalizi per ogni familiare superstite, compresi i figli maggiorenni, di € 258,23 mensili, soggetto a perequazione annua (L. n. 407/98, art. 2, co. 1) e un altro di € 1.033,00 mensili (art. 5, co. 3 L. 206/2004).
  4. Il diritto a ricevere una speciale elargizione pari, in caso di decesso, all’importo di € 200.000,00 (art. 5, co. 5 L. 206/2004).
  5. La corresponsione una tantum di due annualità, comprensive della tredicesima mensilità, del trattamento pensionistico al coniuge superstite, ai figli minori, ai figli maggiorenni, ai genitori, ed ai fratelli e alle sorelle, se conviventi e a carico (art. 5, co. 4 L. 206/2004).

L’illegalità diffusa

Vaprio D’Adda: un pensionato si sveglia, trova i ladri in casa, prende la pistola sul comodino e spara, uccidendo il malvivente. Indagato per omicidio volontario.

Catania: la Corte d’Assise condanna un pensionato di 71 anni a 17 anni di carcere ed al risarcimento del danno. Motivo: ha ucciso con quattro colpi di pistola un uomo che si era introdotto di notte nel podere della sua casa di campagna.

Milano: Tabaccaio uccide rapinatore: condannato a un anno e otto mesi per omicidio colposo.

Arzago d’Adda: imprenditore spara e uccide con un fucile da caccia regolarmente detenuto un albanese che con altri complici stava cercando di rubargli la Mercedes. La Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte di Appello di Brescia di condanna a due anni ed otto mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Dovrà andare in carcere e risarcire la famiglia del ladro.

Ponte di Nano: benzinaio spara per salvare la commessa di una gioielleria che sta subendo una rapina. Indagato per eccesso colposo.

Basta scorrere le pagine dei giornali o internet per trovare centinaia di casi similari, che giudizialmente andranno valutati caso per caso e nei quali sicuramente vi saranno (o vi saranno state) condanne nei confronti di vittime di furti o rapine che sono persone violente, cui l’evento ha stimolato tale istinto.

Il problema non è giudiziario, in quanto i magistrati applicano la legge, anche se non può essere sottaciuto che, in simili vicende, è fondamentale l’interpretazione della legge e della ricostruzione del fatto che viene data dall’uomo / giudice, intellettualmente condizionata dalla sua opinione su come ci si debba comportare in situazioni analoghe.

L’esperienza giudiziaria insegna che il garantismo riferito ai diritti del bandito ucciso è molte volte superiore a quella che socialmente è la vera vittima della vicenda, chi si è trovato involontariamente di fronte ad un evento che lo ha indotto a sparare.

Allora parlare di politica giudiziaria da rivedere non significa voler far superare alla magistratura il muro divisorio della separazione dei poteri, ma chiederle di prendere atto che il suo ruolo di supplenza all’inefficienza del Parlamento non può essere limitato alle grandi inchieste quali Mafia Capitale, atteso che la vita delle persone per bene è condizionata irrimediabilmente da simili episodi.

La massa di coloro che sono chiamati a giudicare, nella camera di consiglio di un tribunale, quale dovrebbe essere il comportamento di un essere umano di fronte ad un tentativo di rapina, ha una fortuna personale: non essere stato vittima di eventi similari. La massa dei giudici, quindi, può solo teorizzare, sulla base della propria sensibilità umana e dei propri studi anche in materia psicologica, quello che dovrebbe essere il comportamento della vittima che reagisce. E lo fa non nell’immediatezza dell’evento, ma molto tempo dopo.

E’ facile giudicare se un fallo è avvenuto fuori dell’area o sulla linea riguardando l’azione alla moviola che propone le immagini riprese da diverse angolazioni. Sfido chiunque a non sbagliare se si trovasse sul campo al posto dell’arbitro. Gli arbitri, anche di serie A, sbagliano, malgrado si allenino tutti i giorni, perché sono persone umane che devono assumere decisioni in velocità.

Orbene, se sbagliano dei professionisti in situazioni alle quali sono abituate, come deve essere valutato il comportamento di un essere umano il quale, improvvisamente, magari in piena notte mentre si trova a letto nella propria casa, si trova aggredito?

Lo Stato, attraverso la legge penale, esercita la propria pretesa punitiva con riferimento a comportamenti dei singoli ritenuti disdicevoli perché rendono difficile la convivenza tra i singoli cittadini e, quale corrispettivo di tale pretesa, ha l’onere di assicurare alcuni servizi essenziali, ivi inclusa la sicurezza ed il rispetto della legge.

Se si escludono pochi violenti, può dirsi che la maggioranza degli Italiani non ha alcuna voglia di sparare ai ladri in casa propria, o nel giardino del proprio villino, o di inseguire armato chi lo sta derubando.

Ove ciò avvenga è perché lo stato non è riuscito a garantirgli quel minimo di sicurezza che ogni soggetto ha la pretesa di attendersi da uno stato, democratico o dittatoriale, cioè la sicurezza della propria abitazione, del proprio negozio o ufficio e delle strade.

E’ palese che il difendersi da chi entra abusivamente nella propria abitazione non è un comportamento percepito dalla massa dei cittadini come lesivo della convivenza civile e tale percezione che sia giusto reagire, anche con le armi, aumenta allorché lo stato si mostra, all’esterno, incapace di svolgere il suo ruolo.

Orbene, un uomo che si trova costretto a sparare o che, a causa di un’aggressione ingiusta, non ha la freddezza di fermare il dito sul grilletto allorché impugna un’arma che ha comprato solo per paura e che non in realtà ben usare, subirà dall’evento <> una punizione solo per dover ricordare quel giorno e vivere nella paura che si ripeta. E’ giusto costringerlo a pagare un avvocato perché lo difenda da quello stesso stato che, in luogo di difenderlo, lo mette sotto processo e, forse, lo condannerà?

Una cosa è certa, egli sommerà allo shock dell’aggressione domestica anche quello dello stato che lo processa.

Il tutto in un clima d’illegalità diffusa che induce il cittadino a pensare che l’unica scelta che ha per sopravvivere è l’autodifesa.

L’illegalità diffusa si respira non solo pensando alla sicurezza nelle abitazioni o nelle strade o a macro fenomeni, quali <>, camminando per le strade comunali, specie da Roma in giù.

Automobili parcheggiate sistematicamente in divieto di parcheggio, su strisce pedonali o davanti ai cassonetti, con i VV.UU. che intervengono solo se specificamente chiamati, fanno comprendere al cittadino che in città la legge non c’è, tutto è possibile, è la prepotenza a governare.

Allora, la domanda politica è: può lo stato inerme essere duro solo con le persone oneste che, forse, sbagliano quando reagiscono ad un’aggressione criminale?

Romolo Reboa

* Avvocato del Foro di Roma

Matite e rispetto

 

 

Subito dopo i fatti di Parigi scrissi sul mio profilo Facebook che il mio cuore era una matita, spezzata per l’attentato di Charlie Hebdo e per il dolore di chi stava soffrendo e non riusciva a scrivere ed a portare con il propria sorriso la luce nella nostra comunità.

Non pensavo solo ai giornalisti assassinati, ma anche ai tanti sconosciuti, fari per le vite altrui e, che, in quanto tali, le rendono ogni giorno più leggere, senza magari avere la forza per sostenere la propria e sentendosi in colpa per tale debolezza.

Osservavo che bisogna reagire, mostrando un cuore multicolore, perché sono il sorriso e l’amore per la vita e per la costruzione anche solo di un sogno a darci quel pepe che ci costringe ad alzarci dal letto quando saremmo lì, inerti, a vedere in televisione lo scorrere degli eventi.

E senza un sogno o un ideale è difficile disegnare il futuro nostro e dei nostri figli, ogni movimento è pesante, le lacrime induriscono i muscoli, è difficile anche camminare.

Concludevo invitando a serrare i ranghi, a porre in alto i cuori, così come le matite, per impedire che il dolore, la disfatta di un momento potessero abbattere quel bellissimo disegno che è la gioia per la vita.

Papa Francesco, con la saggezza di chi è chiamato ad assicurare la pace, osservava che i giornalisti di Charlie Hebdo erano delle vittime e non degli eroi, mandando un segnale di comprensione per chi si era sentito offeso dai loro disegni e, quindi, non riusciva in cuor proprio a soffrire per l’evento terroristico ed oscurantista.

La guida dell’Illuminismo, Voltaire, era solito dire “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo” e Martin Luther King ne riprese il pensiero affermando che “la mia libertà finisce dove comincia la vostra”.

Uccidere una matita, anche se insolente e blasfema, è un crimine contro la libertà, ma ciò non impedisce di rendersi conto che anche una matita libera può uccidere la libertà, perché, andando a colpire sentimenti tanto profondi da confondersi con l’intimità dell’essere umano, sostanzialmente ferisce persone che vivono di ideali o di sogni. La maggior parte di esse si limitano a sentirsi offese ed incapaci di reagire, voltandosi dall’altra parte: altri ritengono la non violenza sottomissione e, purtroppo, la storia e le vittorie hanno spesso trasformato terroristi in eroi.

La rete internet, pur respingendo i velleitarismi che periodicamente la vorrebbero assoggettata a cappi o, almeno, cappiole, si è interrogata in maniera così potente su quale debba essere il limite della libertà di parola: non è un caso che il suo lato più oscuro, Anonymous, cioè la sigla della principale comunità degli hacker di tutto il mondo, abbia deciso di venire alla ribalta in grande stile, con una operazione di oscuramento della gran parte dei siti e degli account Facebook e Twitter degli jihadisti dell’Isis.

Gli hacktivisti, attraverso il loro blog, hanno lanciato un messaggio al mondo intero (e non solo a quello islamico) ricordando che “Internet è per la libertà di parola, non per l’odio”.

In sintesi, i pirati informatici hanno scelto di uscire dal guscio individualista delle loro tastiere che si esaltano violando le difese altrui e, con una azione da far invidia al più sofisticato dei servizi segreti mondiali, sono diventati comunità a difesa della libertà, negando ad altri la possibilità di esprimersi liberamente, infestando il web di odio.

La comunità dei pirati ha messo in atto le parole di King, ha innalzato una barriera tra la propria libertà e quella degli assassini che, in suo nome, negano l’altrui libertà.

Una matita non può uccidere, ma il suo scritto ed il suo disegno possono essere letti come un’offesa e provocare azioni anche criminali a ritorsione dell’offesa.

Spesso si parla di libertà, ma quante volte si parla di rispetto per il pensiero ed i sentimenti altrui?

In una sorta di legalitarismo benpensante si è gridato allo scandalo perché i giocatori della Roma sono andati sotto la Curva Sud a giustificarsi con i tifosi per delle prestazioni sportive incolori ed indegne per degli atleti che ricevono in un anno compensi che molti degli spettatori contestatori non incasseranno mai in una vita di onesto lavoro manuale che, magari, gli consente un unico svago: il non economico biglietto per accedere allo stadio.

E’ vero che, tra i tifosi, vi sono persone che utilizzano il tifo per dare sfogo ai loro istinti violenti, ma è analogamente vero che esistono molte teorie psicologiche sulla funzione cosidetta catartica del tifo (quello fatto di urla di incitamento ed insulti ad arbitro, avversari e beniamini scarsamente combattivi), cioè che, attraverso di esso, viene scaricato il surplus adrenalinico di aggressività conseguente le frustrazioni quotidiane.

Non è questa la sede per disquisire su fondamento o limiti di tali teorie, ma il lancio della frutta contro i “cantanti lirici cani”.

nasce nei teatri dell’opera, a dimostrazione che ad ogni passione tradita corrisponde una reazione, anche in ambienti culturalmente ed economicamente più elevati di quelli degli usuali frequentatori di una curva.

E’ giusto reprimere ogni forma di violenza, ma bisogna fare attenzione al perbenismo intellettuale che produce l’effetto opposto.

E’ giusto non picchiare i figli, ma deve essere chiaro che il divieto è quello di sfogare sulla prole i propri istinti violenti, non quello della madre che da un “sano ceffone” al figlio per indurlo a mantenere un comportamento corretto che gli consentirà di avere una vita sociale.

Viceversa qualche benpensante della non violenza ha persino criticato la mamma nera a Baltimora che, vedendo il figlio in strada, impegnato a lanciare sassi contro la polizia nell’ambito delle proteste dopo i funerali del ragazzo afro americano Freddy Gray, ha reagito prendendolo a schiaffi davanti alle telecamere di tutto il mondo.

La maggioranza della popolazione mondiale ha applaudito quella mamma, così come la maggioranza dei laici contesta le offese agli altrui sentimenti religiosi, perché essere il principio fondamentale del libero pensiero è il rispetto.

“Chi è senza peccato, scagli la prima pietra“, lo disse Gesù, difendendo l’adultera, senza con ciò assolvere l’adulterio, che è ancora censurato in una società moderna che espone il sesso in TV non per l’atto fisico, ma per i pericolosi riflessi sociali sulla psiche del partner, che vive l’evento come una offesa.

E allora, difendiamo le libere matite, ma ricordiamo sempre che le ragioni altrui meritano lo stesso rispetto di chi le vuole criticare.

di Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma

Il furbetto in Panda

Leggendo le squallide vicende della Fiat Panda del Sindaco di Roma, Ignazio Marino, ho sentito il dovere di riaprire le pagine della Costituzione della Repubblica Romana approvata il 9 Febbraio 1949.
Pensavo all’esilio subito dal mio bisnonno, Alfonso Reboa, ad opera del restaurato Papa Re per aver creduto in quegli ideali, immaginando come egli, i suoi genitori ed i suoi figli e nipoti si stiano rivoltando nella tomba al solo pensiero che tanti sacrifici sono serviti solo per permettere all’auto del Sindaco di Roma di parcheggiare al sicuro presso il Senato della Repubblica e per entrare gratis al centro storico.
Art. 2 dei principi fondamentali della Repubblica Romana: <>.
Ho appreso dai giornali che Ignazio Marino ha ricordato ai giornalisti che il Sindaco di Roma ha diritto all’accesso gratuito in zona ZTL per tre auto private, gridando al complotto perché la stampa ha scoperto che si è fatto togliere delle contravvenzioni, così come tentano tutti i <> che incappano in una multa e che sono giustamente additati, anche dai politici, come una delle cause del terzomondismo in cui è caduta la capitale d’Italia.
Certamente il Sindaco è più raffinato: non si fa togliere le contravvenzioni, attraverso il sistema un po’ casereccio della sparizione del documento cartaceo in seguito all’intervento <> di un impiegato disonesto. Egli è un’autorità, così si rivolge agli uffici di cui è il capo politico, chiedendo l’annullamento in autotutela del relativo verbale…
E poi, per cercare di mettere giornalisticamente a tacere l’accusa di illegalità, si comporta come fece il Sindaco Veltroni nella vicenda della scoperta delle firme false in danno dell’allora Presidente della Regione Lazio, Francesco Storace: parla di una incursione informatica al sistema elettronico del Comune di Roma.
Strano modo di fare, quello dei sindaci del Comune di Roma, ribattezzato pomposamente Roma Capitale, auspice un Alemanno che avrebbe fatto meglio ad occuparsi dei problemi seri della città, piuttosto che a dedicarsi anch’egli a specchietti mediatici per le allodole.
Ogni volta che dai terminali cittadini escono le prove di abusi o reati non graditi ai sindaci, essi parlano di pirateria informatica, come fanno i bambini quando vengono rimproverati per una loro manchevolezza che pensavano non venisse scoperta, che, per prima cosa, invece di giustificarsi chiedono: <>.
Poveri sindaci di Roma, nella loro foga di difendersi si dimenticano persino che un sistema informatico come quello di Roma Capitale deve essere gestito in maniera da prevenire ogni accesso abusivo ed il primo responsabile politico dell’eventuale successo dei pirati informatici sono proprio loro, i primi cittadini, per aver omesso di vigilare sull’adeguatezza dei sistemi e procedure di difesa elettronica.
Probabilmente non tutti sanno che, nel caso della presunta intrusione giornalisticamente chiamato Laziogate, in cui purtroppo mi sono trovato coinvolto per aver fatto il mio dovere di avvocato, depositando alla Procura della Repubblica di Roma le prove di un grave reato contro le istituzioni, non vi è stata solo l’assoluzione di Francesco Storace e di tutti i coimputati per <>, ma vi era stata prima la condanna del Comune di Roma da parte dell’Autorità Garante della Privacy perché le difese informatiche del sistema anagrafico capitolino erano un colabrodo.
In sintesi, un’indagine giudiziaria, sgradita al Sindaco e poi dichiarata legittima con sentenza definitiva, ha fatto scoprire che chiunque, con facilità, avrebbe potuto alterare dati anagrafici: purtroppo i fumogeni mediatici impedirono che Veltroni pagasse il dazio di tale grave omissione, di cui era l’unico responsabile politico.
Il sindaco, per difendersi dalle accuse di abuso, rivendica quei privilegi di casta che i costituenti della gloriosa Repubblica Romana abolirono: e non importa se di quei privilegio godeva anche Alemanno, egli è già stato sconfitto e con lui la speranza dei suoi elettori, che credevano che i valori di ordine e legalità che erano stati i cardini della sua campagna elettorale, oltre che della sua giovinezza, avrebbero prevalso nella città.
Un sindaco gode dell’auto di servizio per fare il proprio mestiere di sindaco: che bisogno ha il dr. Marino di parcheggiare l’auto in spazi riservati ai senatori (ai quali il sindaco dovrebbe invece chiedere di pagare l’occupazione del suolo pubblico che sottraggono ai Romani) o di avere un accesso gratuito alla ZTL?
O vogliamo parlare della pessima figura fatta con l’apertura del Metro C e la sceneggiata dell’irruzione ad Ottobre al Ministero dei Trasporti perché non era stato concesso il permesso di operare ad una linea che qualche problema di funzionalità lo doveva pur avere, se il primo treno partito un mese dopo si è subito fermato? 
E, poi, per tornare alla Panda Rossa parcheggiata al Senato, quello che è agghiacciante è pensare che la stessa è stata evidentemente portata a sostare lì per far arrivare il sindaco in bicicletta al Campidoglio, cioè per fargli fare ogni giorno qualche centinaio di metri di sgambatura propagandistica in bicicletta in una città che dopo oltre un anno che è stato eletto sindaco ha visto moltiplicarsi le buche nelle strade e non le piste ciclabili o i bike sharing municipali.
A proposito di bike sharing, basta andare sul relativo sito municipale (www.bikesharing.roma.it) per scoprire che non vi sono aggiornamenti dal 2010 e che, nelle 24 stazioni, si registra la presenza di solo 9 biciclette sulle 293 che, secondo il sito dovrebbero essere a disposizione dei cittadini, con tre stazioni (Arenula, Flaminio 21 e Roma III Torlonia) nelle quali si dichiara misteriosamente che dovrebbe esserci il posto per zero biciclette. Ma anche che vi sarebbe un numero (06 57003) che sarebbe attivo per <>.
Provato a chiamare in piena notte: ha risposto un operatore, che non ha informazioni sul bike sharing a dimostrazione che, su due ruote, dal Campidoglio, arriva solo la presa in giro dei Romani.
 
 
Romolo Reboa*
Avvocato del Foro di Roma 
 
 

Porcellum resistente

 

Sulla carta stampata la notizia non è sostanzialmente apparsa e, quindi, InGiustizia la PAROLA al POPOLO ha la primogenitura di una notizia vecchia che è nuova solo per il silenzio cui è stata condannata.

Eppure in qualunque nazione democratica sarebbe finita in prima pagina, in quanto è la prima volta che la Suprema Corte di uno stato emette una pronuncia di cotanta portata politica.

Ecco la notizia: la Corte di Cassazione, con sentenza n° 8878/2014 del 4/16 Aprile 2014 ha stabilito che gli Italiani non hanno <>.

E’ una sentenza storica, non solo per ciò che ha scritto il Supremo Collegio, ma anche perché apre la strada alla richiesta di risarcimento danni da parte dei singoli cittadini nei confronti di uno stato sostanzialmente incapace di tutelarne (quantomeno in termini temporali ragionevoli) il diritto fondamentale al rispetto della democrazia, che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione Repubblicana e che è condizione dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea ai sensi del coordinato disposto degli artt. 2 e 49 del Trattato su cui si basa tale Unione.

Ignorata dalla grande stampa, ma sostanzialmente oscurata anche sul web, ove di essa è reperibile non già nei blog o nei siti di carattere giornalistico, ma è relegata ai siti riservati agli studiosi, cioè a quelli di giurisprudenza o istituzionali, per i quali 8878/2014 è solo il numero di una delle migliaia di sentenze civili che la Suprema Corte pronuncia ogni anno e che vengono massimate al fine di essere utilizzate negli scritti giudiziari.

Considerato che il contenzioso in materia di diritti civile ha numeri insignificati, dato che gli Italiani non hanno molta voglia di spendere il loro denaro per lunghe querelle giudiziarie dalle quali è difficile prevedere risultati concreti per la loro libertà o, anche, solo per il loro portafoglio, è facile comprendere perché sia più facile leggere nella prima pagina di un quotidiano la love story di qualche personaggio noto che una notizia di questo genere.

Anche perché, se essa finisse veramente sulle prime pagine, si disturberebbe il manovratore, dato che potrebbe risvegliare nelle coscienze risorgimentali ardori e voglia di far piazza pulita con un sistema che si regge sulla propria melmosa debolezza, ove è più facile affondare che misurarsi in uno scontro cavalleresco con un vincente ed un perdente.

Della sentenza ha scritto sul proprio blog Beppe Grillo il 30 Aprile 2014 per attaccare il Presidente Napolitano che, dopo tale pronuncia, non ha assunto la decisione di sciogliere le Camere: la notizia dopo un paio di giorni è passata di fatto all’archivio, non si sa se il motivo siano state la scarsa adesione sul blog (solo poche decine di interventi) o perché qualcuno ha telefonato al comico genovese per avvertirlo che non si deve scherzare sulle cose serie e lui, diligentemente, ha capito che vi sono limiti che non devono essere superati.

Perché una cosa è fare ridere o conquistare qualche centinaio di posti in parlamento per porsi quale interlocutore dei poteri forti ed un’altra è tentare di farli piangere sul serio.

Solo InSieme Consumatori sta dando vita ad una class action, attraverso un’azione giudiziaria collettiva, ma è chiaro che, quand’anche questa lotta di Davide contro Golia si rivelasse vincente, rimarrebbe lo squallore di una grande stampa e di una classe politica acquiescenti a poteri tanto forti da condizionarli al silenzio, quanto ignoti nel loro volto.

Sicché parlare di poteri forti diviene come parlare di fantasmi: tutti li temono affermandone così implicitamente l’esistenza, ma poi deridono come un esaltato chi ne parla troppo a lungo o con convinzione, arrivando a dire di averli visti.

Perché i poteri forti sono il sinonimo dell’ignoto o di un qualcosa che sta troppo in alto per essere raggiunto: così come è troppo forte, in Italia, la concezione che chi entra nel portone di Palazzo Chigi ha raggiunto il potere e non solo ricevuto l’incarico da parte del Presidente della Repubblica di realizzare un programma di governo nel rispetto delle regole democratiche.

E, così, le regole democratiche si cambiano per preservare alla casta ed ai suoi capi la leadership in pericolo, per evitare che attraverso il voto gli elettori possano effettivamente cambiare le regole del gioco.

Ma perché cambiare uno strumento che consente di controllare il potere? Solo perché la Corte Costituzionale, con la sentenza 1/2014, ha ripristinato la legalità violata da una legge elettorale, comunemente definita Porcellum, che ha sottratto al popolo la possibilità di scegliere i propri rappresentati e violato uno dei principi fondamentali della Costituzione Repubblicana?

Ai politici basta trincerarsi dietro il corretto principio giuridico ribadito dalla Corte Costituzionale, cioè che, per preservare la continuità dello stato di diritto, la decisione non incide giuridicamente sulla validità degli organi eletti che possono quindi continuare a funzionare.

E’ un principio giusto, come quello della presunzione di innocenza sino a sentenza definitiva, che però, quotidianamente la stampa viola, sbattendo in prima pagina persone che sono in quel momento accusati di corruzione o di gravi delitti di sangue, affidandoli alla giustizia popolare che li condanna inappellabilmente, lasciando ai giudici solo il compito di determinare la pena, ove non vogliano essere anch’essi ritenuti complici dei <>.

Nel Porcellum gli illegittimi in prorogatio continuano a comandare e vorrebbero riscrivere le regole del gioco, interpretando così il termine Resistenza, che viceversa è un periodo storico idealmente ispirato a ben altri valori.

Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma

 

 

I 12.000 della Procura

La circolare del Procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, con  la quale si limitano a 12.000 il numero dei processi da portare a dibattimento ogni anno è una di quelle iniziative sulle quali si discuterà per molto tempo, anche perché tutte le tesi, sia quelle favorevoli che quelle contrarie, hanno un loro fondamento.

Indipendentemente dalla posizione che ognuno voglia assumere, bisogna dare atto al dr. Pignatone di avere avuto coraggio e di essere un uomo che non teme di esporsi per tentare di assicurare funzionalità all’ufficio alla cui guida è preposto.

Infatti la portata della decisione che coinvolge il Tribunale più grande d’Europa esporrà il Magistrato ad una marea di critiche che potrebbero persino travolgerlo. Critiche che troveranno anche cassa di risonanza da parte di quelle forze occulte, ma non troppo, che inquinano la politica laziale e che sono lese nei loro interessi criminali dalla lotta serrata che la Procura di Roma sta facendo al riciclaggio del denaro sporco in imprese apparentemente pulite.

Proprio sulle pagine di questo numero di InGIUSTIZIA la PAROLA al POPOLO un altro Magistrato noto per la propria serietà e rettitudine, il Presidente Mario Bresciano, ha lanciato un grido di allarme per la carenza di personale nel Tribunale di Roma, insufficiente per celebrare i processi e, quindi, non appare condivisibile l’affermazione dell’Unione delle Camere Penali che la circolare della Procura si innesti nel tentativo della Magistratura di “conquistare spazi di discrezionalità politica senza sopportare la relativa responsabilità”.

Il problema della carenza di personale e del numero eccessivo dei processi esiste e viene denunciato periodicamente da tutte le forze coinvolte nel meccanismo giustizia (sindacati degli operatori, avvocati, magistrati). Sicché non si può bollare come una iniziativa di potere il tentativo di non far affondare una barca di fatto abbandonata a se stessa dalla politica, senza mettere in dubbio l’onestà e la correttezza istituzionale di un uomo che cerca di utilizzare il proprio potere per dare un senso all’incarico ricevuto. 

Le Camere Penali non volevano certo dire ciò, ma vi sono parole che rischiano di essere mediaticamente così virulente da offuscare le considerazioni in punto di diritto costituzionale che portano alla conclusione che la circolare è comprensibile e degna di rispetto per i motivi che l’hanno ispirata, ma non può essere né accettata né presa a modello. Se la giustizia, di fronte all’emergenza, rinnega i propri principi fondamentali, di fatto nega se stessa e potrebbe portare a quegli abusi che si imputavano al Fascismo e che il legislatore costituente ha voluto impedire, approvando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale di cui all’art. 112 Cost.

Le Camere Penali non hanno rilevato come la norma richiamata sia dal dr. Pignatone sia dalla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, on. Ferranti, per sostenere la bontà dell’iniziativa, cioè l’art. 227 del Decr. L.vo 51/1998, in luogo di conferire tale potere, sembra escluderlo.

Infatti tale norma è una disposizione transitoria nel contesto della riforma che portò all’abolizione delle Preture ed all’introduzione del giudice unico, limitata a quel contesto storico e, finalizzata esclusivamente, per volontà del legislatore, ad “assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di efficacia del presente decreto”. In sintesi, una norma speciale che si è sottratta alla censura di violazione dell’art. 112 Cost. proprio perché relativa ad una organizzazione dei ruoli di udienza per un periodo riconosciuto dal Parlamento come emergenziale, ove non si poneva però un limite numerico, ma si dettava un criterio di priorità organizzative per le quali si doveva smaltire l’arretrato penale, tenendo “conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l’accertamento dei fatti, nonché dell’interesse della persona offesa”.

Non potendosi attribuire ad una norma speciale transitoria, in contrasto con un principio fondamentale della Costituzione, un effetto estensivo al fine di ottenere il risultato di rendere in concreto funzionali gli uffici, la soluzione non può essere demandata a soggetto diverso dal legislatore e, comunque, l’emergenza non dovrebbe essere gestita con atti unilaterali di una componente del percorso processuale.

Infatti il C.S.M., approvando nella seduta del 20 ottobre 1999 la “risoluzione sul decentramento dei Consigli giudiziari”, ne ha affermato la centralità nel sistema dell’autogoverno territoriale e quindi gli stessi appaiono l’unico organo che potrebbe dare disposizioni organizzative in situazioni emergenziali, considerate le attribuzioni organizzative che hanno con riferimento alla formazione dei ruoli dei giudici ex art. 7 bis R.D. 12/1941 ed il fatto che vedono nel loro seno anche le componenti dell’avvocatura e dell’università.

Hanno viceversa sicuramente ragione le Camere Penali allorché attribuiscono la responsabilità della situazione ad “una politica sempre più debole”, così come è indubbio che, a volte, da parte di alcuni Magistrati e/o della stampa si utilizza l’emergenza per avallare “prassi distorte”, che poi si trasformano in norme in seguito a modifiche legislative sull’onda di emozioni mediatiche per singoli eventi a volte in contrasto con le statistiche scientifiche relative al numero di fatti analoghi.

Si citano fatti veri e considerazioni corrette, quali che “l’attribuzione di un successo investigativo esclusivamente alle intercettazioni” ha anche il fine far ritenere all’opinione pubblica legittimo il “forzare i limiti fissati dall’art. 15 della Costituzione”, o che “la mostrificazione dell’arrestato di turno, ritratto in manette all’uscita di casa” avviene perché i giornalisti sono lì su impulso del Magistrato inquirente che li utilizza come uno strumento di pressione e di condanna mediatica ancor prima che giudiziaria. Essi non possono però essere associati ad eventi di dubbia correttezza tecnica, il cui fine è la funzionalità della giustizia.

Per recuperare il proprio ruolo centrale a tutela della difesa, all’Avvocatura non occorre un Beppe Grillo in toga, ma azioni anche forti mediaticamente e politicamente che facciano comprendere che solo attraverso la collaborazione delle varie componenti del processo si realizza la pretesa di uno stato di dare giustizia.

di Romolo Reboa 

* Avvocato del Foro di Roma

Roma 2.0.2.0.

Sono passati quasi sei mesi dalla caduta di Gianni Alemanno con elezione di Ignazio Marino a nuovo di Roma e già si parla di rimpasti di giunta, di possibile commissariamento del Comune e di nuove elezioni.

La legalità, quella spicciola, di tutti i giorni, quelle delle auto che parcheggiano in doppia fila o sulle strisce pedonali in dispregio della possibilità per il traffico di scorrere o per i pedoni di camminare continua a latitare, così come latitava con Veltroni sindaco ed i Romani scelsero Alemanno, sperando che un uomo di destra potesse ripristinare la legge.

Il tonfo di Alemanno è stato provocato dall’incapacità di dare una svolta reale ai problemi della città: Roma forse non voleva un podestà, ma certamente sperava di aver trovato un uomo che la governasse con polso e fermezza, riportando l’ordine e realizzando qualcosa di urbanisticamente grande, come fece ottanta anni un uomo che sembra risultasse un tempo storicamente simpatico ad Alemanno.

Il problema della città è che i vari sindaci che si sono susseguiti non sono stati dei Romani, che, amandola, volevano cambiarla in meglio, ma dei politici che hanno intuito che il sindaco della Capitale ha molto più potere politico e reale di un parlamentare eletto con il porcellum.

Così Roma è diventata terra di conquista dei politici e il Campidoglio non il luogo ove si tenta di salire per fare il bene della città, ma il punto privilegiato per osservare e farsi osservare dal mondo.

Nella lingua degli antichi Romani, cioè in latino, i barbari erano i forestieri: tale termine divenne dispregiativo quando, caduto l’impero, gli stranieri conquistarono la città costruita con travertino e marmi, la saccheggiarono e le diedero fuoco.

Walter Veltroni iniziò a fare politica a Roma, come consigliere comunale, poi si disinteressò della Capitale per dedicarsi alla politica nazionale, sintanto che, nel 2001, decise di cimentarsi con Tajani (che era evidente non avesse alcuna possibilità di essere eletto), ma nel 2008 non esitò a dimettersi per tentare di divenire Presidente del Consiglio.

Ove avesse amato Roma non l’avrebbe lasciata in mano di Alemanno, ben sapendo da politico navigato che la staffetta con Rutelli era altamente improbabile.

Alemanno, che non è nato a Roma, ha sempre incentrato la propria attività politica su base nazionale e solo nel 2006 si proiettò sulla Capitale, quando si candidò sindaco e venne sconfitto da Veltroni. Dopo la sua elezione i giornali polemizzarono con lui, rilevando la scarsa presenza in consiglio comunale, malgrado fosse il capo dell’opposizione, a dimostrazione che, per il futuro sindaco, Roma era solo strumentale alle proprie ambizioni politiche.

Nel curriculum vitae pubblicato dal genovese trapiantato a Roma, Ignazio Marino, sul proprio sito internet si legge una passione politica indirizzata verso una sanità efficiente, come è logico per un medico impegnato nel sociale. Malgrado sia il sito per Marino sindaco, Roma rimane in secondo piano, a servizio delle ambizioni dell’attuale primo cittadino, piuttosto che al centro della sua attenzione.

Se a destra come a sinistra il comportamento è similare, mi scusino i sindaci attuali e passati se parlo di sacco di Roma da parte di politici barbari, nel senso latino della parola, forestieri in una città che sono stati eletti ad amministrare.

Roma ha bisogno di un cambio di marcia, non contro Marino o Alemanno, ma per Roma e per i Romani. E, allora, nel mentre la città viene governata dalla politica, i Romani devono unirsi nella ricerca di una figura che guardi al futuro, all’etica del futuro, per dare un futuro alle nuove generazioni ed all’Urbe.

Parlo di etica del futuro perché di essa, negli ultimi quarant’anni, la parte sana della generazione nata dopo la fine della 2° Guerra Mondiale ha avuto la medesima visione etica, ma spesso é stata divisa da un giudizio sulla storia.

Bisogna rendersi conto che Roma ha una storia che è molto precedente alle sue interpretazioni date nel XX Secolo e che, per risorgere, deve essere rifondata nell’alveo e nel mito delle sue origini (che, oggi, in termini commerciali, possono essere definite un brand) presente nella mazziniana repubblica romana, per tentare di ritornare ad essere la capitale del mondo.

Non capitale politica, pensarlo sarebbe ridicolo ed anacronistico, ma della cultura mondiale.

La Roma imperiale crebbe nella prosperità perché era come, oltreoceano, è New York, città sintesi delle varie culture dell’impero.

Roma da oltre duemila anni accoglie ed integra tutti i popoli, prima quelli del Mediterraneo, ora anche africani, asiatici, latino americani con il suo pigro “menefreghismo che tanto piace ai barzellettieri, ma che viceversa dimostra come sul Tevere navighi una storia millenaria di tolleranza.

Come Martin Luther King “I have a dream”: grandi opere urbanistiche che modernizzino Roma per riportarla ad essere non già una nobile decaduta in preda al sacco della politica, ma moderna città del mondo con una storia unica al mondo.

Una nuova città imperiale, dove l’imperatore è la cultura del territorio e non il suo sfregio, ove le soluzioni più ardite trovano nella storia le loro radici, perché è a Roma che nacquero le strade e gli acquedotti che portavano l’acqua in su, utilizzando le soli leggi della fisica o le case con i doppi muri separati per essere calde d’inverno e fresche d’estate.

Nel mentre i politicanti saccheggiano l’Atac e non costruiscono le metropolitane, sono dieci anni che, con pochi soldi, la mobilità di Roma potrebbe essere risolta con le funivie urbane, un progetto che ha visto i consensi formali di Veltroni ed Alemanno, che hanno detto si e fatto l’opposto, da bravi politici.

Sogno una squadra che prepari ora una grande delibera per Roma, da votare nella seduta di insediamento del nuovo sindaco nel 2018, trasformando per due anni la città in un grande gioioso cantiere ove si costruisce un grande futuro, quello del 2020.

Roma 2.0.2.0., la seconda Roma, ancora prima nel mondo.

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma

 

 

Cancellieri fuori di testa

Si può essere o non essere d'accordo con il "decreto del fare" che ha reintrodotto la mediazione obbligatoria, ma non è accettabile che in Italia sia fastidioso ciò che, in ogni nazione civile, è naturale in quanto logico: gli interlocutori naturali e primari di un governo in tema di provvedimenti sulla giustizia sono gli operatori, in primis avvocati e magistrati.

Del resto riesce difficile credere che un imprenditore privato, ad esempio Marchionne, identifichi interlocutori diversi dai sindacati metalmeccanici allorché deve operare una ristrutturazione aziendale: potrà avere sigle sindacali a lui più o meno gradite o giudicate combattive, ma non rappresentative, come dimostrato dalle vicende di cronaca relative al confronto FIAT, ma mai egli penserà di confrontarsi con i gelatai sul modello di ristrutturazione dei propri stabilimenti…

Il problema politico non è la gaffe mediatica del Ministro di "levarsi dai piedi gli avvocati", ma quello che sottintende. E' evidente che la Cancellieri ragiona come un cancelliere quando si trova di fronte ad un avvocato che protesta perché il suo ufficio non funziona secondo le modalità previste da legislatore: l'esperienza insegna che egli, la maggior parte delle volte, parla non per trovare la soluzione al disservizio, ma per liberarsi celermente e con i minori danni possibili di quello che percepisce come un seccatore e continuare a fare il proprio lavoro come se nulla sia successo.

Il fatto è che i cancellieri sono, per lo più, dei "poveri Cristi", per usare un termine dialettale, cioè dei funzionari costretti a districarsi quotidianamente tra carenze di personale, riforme fatte con i piedi, sistemi informatici che non funzionano e responsabilità superiori alla possibilità di fare bene il proprio lavoro.

Viceversa la Cancellieri non sta nell'ufficio di via Arenula per "guadagnarsi la pagnotta" come i suoi omonimi funzionari, ma in quanto ha scelto di assolvere lo specifico compito di trovare la soluzione ai problemi della giustizia.

Non è un ministro tecnico, non è laureata in giurisprudenza, ha avuto esperienza di problemi della giustizia solo quale Ministro dell'Interno, fatto che, unito alla gaffe, lascia pensare che, per lei, il diritto di difesa sia un aspetto secondario, quasi un ostacolo alla realizzazione dello scopo, che per il poliziotto è l'ordine e per il burocrate la funzionalità della macchina amministrativa, senza intoppi, senza che qualcuno si frapponga, rappresentando che una medaglia ha sempre un'altra faccia…

Lo scontro tra l'espressione intellettualmente più elevata della classe forense e la politica non è sulla mediazione civile o sulla questione locale di mantenere o abolire un ufficio giudiziario, ma sul concetto stesso di processo.

Per la maggior parte dei ministri degli opposti orientamenti politici succedutisi negli ultimi anni, l'unica strada alla soluzione al problema della giustizia e delle sue lentezze è stata identificata nella necessità di pervenire il prima possibile ad una decisione, qualunque essa sia, in primo grado.

Gli ultimi governi hanno proseguito questo percorso decisionista, rendendo la motivazione della sentenza quasi un optional (alcuni ipotizzavano persino di stabilire che la parte dovesse pagare se voleva che il giudice motivasse il provvedimento…) e la strada per la sua rimozione irta di ostacoli, ove la censura di inammissibilità del gravame evita di porsi il problema se sia stata fatta o meno giustizia.

La contrapposizione intellettuale di fondo è tra questa visione del processo come uno strumento del "servizio giustizia" e quella che esso sia il percorso necessario ed indispensabile per tentare di giungere ad una decisione il più conforme a giustizia.

Nelle dittature o nei processi militari di guerra si giunge alla sentenza e spesso alla condanna con estrema velocità: gli avvocati hanno poco potere, sono funzionali alla pantomima del processo sommario, che altrimenti sarebbe considerato un crimine.

Non si può negare che la dittatura offra spesso dei grandi vantaggi in termini di funzionalità dei servizi, atteso che sommarietà dei processi e certezza della pena lasciano poco spazio a lavativi o a contestatori di professione: non a caso l'Italia fascista si vantava della puntualità dei treni ed è riuscita a realizzare opere pubbliche in tempi incredibili rispetto a ciò che è stato costruito successivamente, pur in presenza di più moderne tecnologie.

Ma la strada che ha scelto l'Italia, dopo il 1945, è stata quella della Costituzione repubblicana, con i suoi artt. 24 e 111 che dovrebbero costituire un baluardo di fronte a determinate derive.

In altra pagina di questo giornale, il sen. Nitto Palma, ex Ministro della Giustizia, ricorda che non si può disciplinare la fisiologia sulla base della patologia: concetto altamente condivisibile, nel senso che, così facendo, lo Stato dimostra tutta la propria incapacità ed abdica la propria funzione di fronte alle situazioni di mal funzionamento.

Si dovrebbe rabbrividire ogni volta che si ascoltano uomini che guidano lo Stato parlare di "servizio giustizia": significa che essi non comprendono quel fondamentale principio costituzionale (ma anche umanistico) che prevede che, tra le funzioni fondamentali dello Stato, vi sia quella di assicurare la libertà individuale che non può esistere se non funziona la giustizia, ma quella vera, con la "G" maiuscola.

Rinunciare di fatto alla motivazione del provvedimento finale del processo attraverso quello che viene definito come "percorso di sintesi" (motivazione sommaria) significa trasformare il giudice in un poliziotto ancor più pericoloso, perché privo del controllo del giudice.

Il problema non è chiudere questo o quel tribunale o far precedere il processo da un tentativo di far deflagrare il contenzioso minore, ma comprendere se l'Italia voglia rinunciare a quella civiltà giuridica millenaria in virtù della quale gli istituti del diritto romano sono tuttora tra i pilastri del diritto privato mondiale.

Se la politica giudiziaria la fanno dei cancellieri che guardano solo ai numeri e non alla qualità del prodotto: forse sarebbe opportuno che sia il popolo a levarsi dai piedi personaggi di così scarsa caratura e non essi gli ultimi difensori della libertà e dei diritti della gente, gli avvocati.

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma

Il duce delle camicie web, il Grilletto

Quando ero bambino adoravo giocare con i soldatini, come tanti coetanei della mia generazione. Era normale, i nostri genitori avevano vissuto il tempo della guerra mondiale ed i nostri nonni quello delle due guerre, oltre che della guerra civile e delle varie campagne belliche che hanno caratterizzato il Ventennio, e spesso ne erano stati protagonisti più o meno volontari.

Ogni famiglia aveva i suoi caduti, le sue storie da raccontare, la guerra era ancora al centro dei discorsi degli adulti e, si sa, i bambini giocano a fare gli adulti e con il gioco esorcizzano le paure: perché, a differenza degli uomini, i soldatini che muoiono possono essere rimessi in piedi ogni volta che il piccolo giocatore lo desidera ed il loro peggior nemico era la mamma che, con la scopa, voleva ogni sera distruggere quel campo di battaglia che il figlio cercava di lasciare intatto per il giorno dopo prima di andare a letto, senza capire che le guerre vere, con i boati delle loro bombe e le loro distruzioni impediscono di dormire anche ai neonati.

Ricordo che a volte, ancora infervorato dalle guerre degli omini di plastica sul pavimento, scendevo le scale di casa in velocità, cercando di saltare quanti più gradini possibili con un solo balzo e gridando pieno di gioia verso la certa vittoria: "carica squadroni dell'esercito italiano!".

Viene da ridere a ripensare a quelle cariche che si concludevano puntualmente alla vista dello sguardo apparentemente severo, ma intimamente divertito, di Pio, il portiere del palazzo, sicché l'uscita sul marciapiede era normale, ma soddisfatta, le energie avevano trovato il loro sfogo. Viene da ridere soprattutto pensando a cosa sarebbe successo in termini militari con una carica così dissennata, che nella mente mi vedeva elemento di una compagnia di cavalleria protesa in un attacco lancia in resta. Una raffica di mitragliatrice, una strage, addio sogni di gloria, addio giovinezza, per cacciare qualcuno che si è appostato su un'altura è meglio anteporre il cervello all'entusiasmo, probabilmente per vincere senza morire è sufficiente un noioso ed estenuante assedio o l'acquisto di un poco romantico, ma efficace, mortaio…

La Seconda Guerra Mondiale è finita da quasi ottant'anni, ma gli esseri umani non hanno cessato di uccidersi e, anche quando sono in pace, chissà perché sognano di fare la guerra, forse pensano che a morire sarebbero sempre gli odiati nemici vittime della loro carica infantile.

Insegna Sigmund Freud in un testo del 1905, "Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio" che molti impulsi (ad es. quelli aggressivi e/o sessuali) e/o inibizioni interne vengono spazzati via con la risata perché soddisfatti con un strumento, esclusivo del genere umano, di per sé piacevole ed accettato dagli altri.

L'importanza della risata e l'istintiva accettazione di chi la provoca sono fenomeni psicologici ben conosciuti dai comici, che hanno anche ben presente la necessità degli esseri umani di liberarsi dai freni inibitori, ritornando allo stato infantile.

Beppe Grillo è un bravo comico, che conosce profondamente i sistemi di comunicazione moderna e che sa che una delle forme di umorismo più gradite al popolo è la satira, perché, mentre castigat ridendo mores (la definizione è della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 9246/2006), pone attore e spettatore per un momento al di sopra di quel potere con il quale, al termine dello spettacolo, essi dovranno ritornare a fare i conti.

Ecco che, allora, il comico psicologo, per vincere le elezioni, ha stimolato istinti primordiali ed infantili, evocando spesso immagini di guerra con vari slogan, tra i quali uno, "arrendetevi, siete circondati". Esso, oltre a scene di telefilm e romanzi, ricorda anche una gioiosa manifestazione di protesta del 1993 dei ragazzi del Fronte della Gioventù che divenne clamorosa in quanto le istituzioni reagirono, accusando di attentato agli organi costituzionali una cinquantina di ragazzi che gridavano lo slogan (stampato anche sulle loro magliette) tutti insieme, ballando abbracciati in maniera da accerchiare p.za Montecitorio.

Entrare in Parlamento con circa il 25% dei voti e 163 parlamentari non è però un gioco, specie se queste "truppe" sono costituite per lo più da sconosciuti non dotati di preparazione specifica, cultura e senso delle istituzioni.

Iniziano gli sbagli, uno dopo l'altro: dalle divisioni interne dopo le votazioni per il Presidente del Senato all'indicazione di Stefano Rodotà, un uomo di sinistra per bene, ma che non è certo un segno di rinnovamento, avendo ottant'anni, alla carica di presidente della Repubblica. Dalla definizione "golpe" data da Grillo all'annuncio della rielezione di Napolitano, con relativa minaccia di mussoliniana marcia su Roma, alla retromarcia dialettica con la smentita in "golpettino" e la manifestazione in un luogo, p.za Santi Apostoli, per dimensioni non destinato alle adunate oceaniche alle quali pensava l'aspirante duce delle camicie web. Dalla sbandierata rinuncia ai compensi alla più realistica querelle sulla destinazione dei rimborsi ai parlamentari per le loro spese extra che, alla fine, sarà la tasca loro o del Movimento Cinque Stelle.

Così, nel giro di due mesi, invece di continuare a strillare "arrendetevi, siete circondati", il comico inizia a costatare che il suo Movimento è "accerchiato" e, per cercare di far uscire i suoi dalla sindrome dell'assediato, ricorre ancora una volta al gioco, parlando delle mosse di un antico gioco cinese, il Go, che quasi nessuno conosce, sicché sarà più difficile contraddirlo.

Per Grillo l'accerchiamento delle sue "truppe" è un gioco che porterà alla vittoria, mentre per chi gioca a scacchi o per chi fa la guerra sul serio l'accerchiamento del nemico è il primo passo per sconfiggerlo.

Il ripetuto ricorso a terminologia guerrafondaia, da parte di chi non ha né una classe dirigente in grado di sostituire gli uomini al potere senza fare danni, né un partito costituito da persone ideologicamente omogenee, significa trasformarsi da Grillo Parlante che scatena le ire del Pinocchio ignorante sui politici corrotti a Grilletto: o meglio, allo stimolo per qualche bambino cresciuto, che sogna la rivoluzione, ma non ha ancora capito che essa non è un gioco da ragazzi, a premere il grilletto.

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma

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