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W la Cassazione

alt Nel 2009 il presidente dell’Associazione Italiana arbitri di calcio (Aia), Marcello Nicchi, ha vietato con una circolare ai fischietti di fare dichiarazioni sulle partite che non siano state preventivamente autorizzate, anche attraverso internet o su social networks, quali Facebook o Twitter,  o sui blog.
L’arbitro giudica (e, talvolta, sbaglia) in uno stadio avanti a decine di migliaia di spettatori che, spesso, lo coprono di insulti e minacciano di aspettarlo al termine della partita (cosa che, nelle sfide di provincia, talvolta accade sul serio), mentre al replay o alla moviola tutti vedono anche quello che egli non può umanamente vedere e, immediatamente dopo, mentre la partita prosegue, su radio private, internet ecc. egli diventa un cretino, un venduto e la moralità sessuale di sua moglie è spesso messa in dubbio..
Anche le televisioni di stato o i grandi networks spesso si dilettano, magari con più classe, a questo gioco al massacro per le sfide della massima serie o quelle internazionali.
Né il fatto che, per il tifoso, l’arbitro che da un rigore contro la squadra del cuore sia comunque <<cornuto>> cancella la circostanza che, nella classe arbitrale, oltre ad esseri umani che a volte sbagliano in buona fede, ve ne siano altri il cui comportamento è quantomeno sospetto: alzi la mano chi ritiene che fosse  una persona onesta l’arbitro ecuadoriano Byron Moreno, che fu decisivo per l’eliminazione dell’Italia durante i Mondiali in Corea nel 2002 con le sue decisioni scandalose, e che è stato fermato il 20 Set. 2010 all’aeroporto di New York con 6 chili di eroina.
L’arbitro è sotto processo ogni giorno, è coperto di insulti ad ogni sua decisione, ma non può difendersi, non può emettere comunicati: scendere in polemica lederebbe il suo prestigio, la sua partecipazione al conflitto mediatico lo farebbe apparire imparziale non nei limiti temporali dei commenti di giornalisti e tifosi ad una competizione, ma come istituzione.
Nella semantica le istituzioni sono le fondamenta di una struttura: come tali non possono essere ondivaghe o coinvolte negli eventi che riguardano i palazzi che esse devono sostenere.
Una istituzione non può scendere in campo, perderebbe il proprio ruolo.
Il business del calcio prospera in quanto gli spettatori ritengono che, malgrado il grande giro di denaro, le partite siano vere e non truccate: tale sentimento è tanto forte che il legislatore ha introdotto il reato di frode sportiva.
A Milano nei mesi scorsi sono apparsi una serie di manifesti in parte azzurri e in parte rossi in difesa di Berlusconi e dei progetti di riforma della giustizia a firma di una sino a quel momento poco nota “Associazione dalla parte della democrazia”. Manifesti con parole semplici, quasi slogan, del tipo <<riformare la giustizia è bene per tutti>> oppure <<volete cacciare BERLUSCONI? Prima vincete le ELEZIONI!>>.
Questi manifesti trovarono un certo interesse da parte di telecamere e carta stampata, malgrado non dicessero nulla di nuovo nella polemica politica. I fenomeni mediatici sono però incontrollabili e, quindi, è difficile capire se l’interesse sia stato per il rosso o per il fatto che l’autore manifestava chiaramente il proprio dissenso perché il Presidente del Consiglio fosse sottoposto dalla Magistratura ordinaria a dei processi penali per fatti estranei alla carica nel periodo del proprio mandato (per quelli commessi nell’esercizio del mandato è competente il Tribunale per i Ministri).
Forse la realtà è che basta difendere Berlusconi per fare notizia, visto che quando si eccede, scrivendo <<via le BR dalle procure>>, persino l’Istituzione con la <<I>> maiuscola, il Capo dello Stato, ha sentito il dovere di pronunciare il proprio sdegno.
Prima del Presidente della Repubblica si era espresso il procuratore capo della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, che aveva ritenuto che il manifesto fosse degno di una nota ufficiale nella quale ne stigmatizzava il contenuto, ricordando che <<in Procura le BR ci sono state davvero: per assassinare i magistrati>>.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29433 della quinta sez. penale, ha assolto un uomo politico accusato di aver diffamato un avversario definendolo <<fascista>>, sancendo che <<la critica politica consente l’utilizzo di espressioni forti ed anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta. Il limite all’esercizio di tale diritto è costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che comunque non si trascenda in gratuiti attacchi personali>>.
Considerato che vi è un interesse pubblico a come viene amministrata la giustizia e che il manifesto non si riferiva ad un singolo giudice, prevedo che sarà proprio la Magistratura a chiarire che l’avv. Roberto Lassini, che si è dichiarato autore di quei manifesti, non ha commesso alcun reato. E lo farà nella sede propria, attraverso le sentenze, non i comunicati stampa.
Ciò non toglie che, politicamente, si possa ritenere il manifesto inopportuno, sgradevole, maleducato: ho fatto un breve sondaggio sul mio sito di Facebook e mi hanno colpito le parole di una collaboratrice di questa testata, Claudia Cotti Zelati, artista teatrale: <<E’ uno slogan provocatorio da parte di chi lo ha concepito e proposto, che non dice nulla, ricade su se stesso; avrebbe avuto senso se l’ideatore fosse andato davanti alla Procura a manifestare, magari dipinto di rosso, con borracce rosso lacca per scrivere sui muri la stessa scritta; avrebbe fatto un gesto futurista, surreale e tragico, penoso, ma umano, profondamente comprensibile, forse>>.
Criticare una iniziativa rendendosi conto di ciò che essa realmente è o mettersi al pari dell’iniziativa, entrando in polemica con la stessa?
Sia consentito a chi ama la Giustizia con la <<G>> maiuscola non condividere la discesa in campo delle istituzioni contro la maleducazione, in particolare quando ciò avviene con strumenti mediatici propri della lotta politica, quali comunicati stampa o interviste: se vogliamo che le istituzioni rimangano le fondamenta della civile convivenza, devono esprimersi attraverso atti propri, come fa la Corte di Cassazione.
 

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma

Fondo 2_2011