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Roma 2.0.2.0.

Sono passati quasi sei mesi dalla caduta di Gianni Alemanno con elezione di Ignazio Marino a nuovo di Roma e già si parla di rimpasti di giunta, di possibile commissariamento del Comune e di nuove elezioni.

La legalità, quella spicciola, di tutti i giorni, quelle delle auto che parcheggiano in doppia fila o sulle strisce pedonali in dispregio della possibilità per il traffico di scorrere o per i pedoni di camminare continua a latitare, così come latitava con Veltroni sindaco ed i Romani scelsero Alemanno, sperando che un uomo di destra potesse ripristinare la legge.

Il tonfo di Alemanno è stato provocato dall’incapacità di dare una svolta reale ai problemi della città: Roma forse non voleva un podestà, ma certamente sperava di aver trovato un uomo che la governasse con polso e fermezza, riportando l’ordine e realizzando qualcosa di urbanisticamente grande, come fece ottanta anni un uomo che sembra risultasse un tempo storicamente simpatico ad Alemanno.

Il problema della città è che i vari sindaci che si sono susseguiti non sono stati dei Romani, che, amandola, volevano cambiarla in meglio, ma dei politici che hanno intuito che il sindaco della Capitale ha molto più potere politico e reale di un parlamentare eletto con il porcellum.

Così Roma è diventata terra di conquista dei politici e il Campidoglio non il luogo ove si tenta di salire per fare il bene della città, ma il punto privilegiato per osservare e farsi osservare dal mondo.

Nella lingua degli antichi Romani, cioè in latino, i barbari erano i forestieri: tale termine divenne dispregiativo quando, caduto l’impero, gli stranieri conquistarono la città costruita con travertino e marmi, la saccheggiarono e le diedero fuoco.

Walter Veltroni iniziò a fare politica a Roma, come consigliere comunale, poi si disinteressò della Capitale per dedicarsi alla politica nazionale, sintanto che, nel 2001, decise di cimentarsi con Tajani (che era evidente non avesse alcuna possibilità di essere eletto), ma nel 2008 non esitò a dimettersi per tentare di divenire Presidente del Consiglio.

Ove avesse amato Roma non l’avrebbe lasciata in mano di Alemanno, ben sapendo da politico navigato che la staffetta con Rutelli era altamente improbabile.

Alemanno, che non è nato a Roma, ha sempre incentrato la propria attività politica su base nazionale e solo nel 2006 si proiettò sulla Capitale, quando si candidò sindaco e venne sconfitto da Veltroni. Dopo la sua elezione i giornali polemizzarono con lui, rilevando la scarsa presenza in consiglio comunale, malgrado fosse il capo dell’opposizione, a dimostrazione che, per il futuro sindaco, Roma era solo strumentale alle proprie ambizioni politiche.

Nel curriculum vitae pubblicato dal genovese trapiantato a Roma, Ignazio Marino, sul proprio sito internet si legge una passione politica indirizzata verso una sanità efficiente, come è logico per un medico impegnato nel sociale. Malgrado sia il sito per Marino sindaco, Roma rimane in secondo piano, a servizio delle ambizioni dell’attuale primo cittadino, piuttosto che al centro della sua attenzione.

Se a destra come a sinistra il comportamento è similare, mi scusino i sindaci attuali e passati se parlo di sacco di Roma da parte di politici barbari, nel senso latino della parola, forestieri in una città che sono stati eletti ad amministrare.

Roma ha bisogno di un cambio di marcia, non contro Marino o Alemanno, ma per Roma e per i Romani. E, allora, nel mentre la città viene governata dalla politica, i Romani devono unirsi nella ricerca di una figura che guardi al futuro, all’etica del futuro, per dare un futuro alle nuove generazioni ed all’Urbe.

Parlo di etica del futuro perché di essa, negli ultimi quarant’anni, la parte sana della generazione nata dopo la fine della 2° Guerra Mondiale ha avuto la medesima visione etica, ma spesso é stata divisa da un giudizio sulla storia.

Bisogna rendersi conto che Roma ha una storia che è molto precedente alle sue interpretazioni date nel XX Secolo e che, per risorgere, deve essere rifondata nell’alveo e nel mito delle sue origini (che, oggi, in termini commerciali, possono essere definite un brand) presente nella mazziniana repubblica romana, per tentare di ritornare ad essere la capitale del mondo.

Non capitale politica, pensarlo sarebbe ridicolo ed anacronistico, ma della cultura mondiale.

La Roma imperiale crebbe nella prosperità perché era come, oltreoceano, è New York, città sintesi delle varie culture dell’impero.

Roma da oltre duemila anni accoglie ed integra tutti i popoli, prima quelli del Mediterraneo, ora anche africani, asiatici, latino americani con il suo pigro “menefreghismo che tanto piace ai barzellettieri, ma che viceversa dimostra come sul Tevere navighi una storia millenaria di tolleranza.

Come Martin Luther King “I have a dream”: grandi opere urbanistiche che modernizzino Roma per riportarla ad essere non già una nobile decaduta in preda al sacco della politica, ma moderna città del mondo con una storia unica al mondo.

Una nuova città imperiale, dove l’imperatore è la cultura del territorio e non il suo sfregio, ove le soluzioni più ardite trovano nella storia le loro radici, perché è a Roma che nacquero le strade e gli acquedotti che portavano l’acqua in su, utilizzando le soli leggi della fisica o le case con i doppi muri separati per essere calde d’inverno e fresche d’estate.

Nel mentre i politicanti saccheggiano l’Atac e non costruiscono le metropolitane, sono dieci anni che, con pochi soldi, la mobilità di Roma potrebbe essere risolta con le funivie urbane, un progetto che ha visto i consensi formali di Veltroni ed Alemanno, che hanno detto si e fatto l’opposto, da bravi politici.

Sogno una squadra che prepari ora una grande delibera per Roma, da votare nella seduta di insediamento del nuovo sindaco nel 2018, trasformando per due anni la città in un grande gioioso cantiere ove si costruisce un grande futuro, quello del 2020.

Roma 2.0.2.0., la seconda Roma, ancora prima nel mondo.

di Romolo Reboa*

* Avvocato del Foro di Roma