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Il dissenso alle liti condominiali

La Suprema Corte di Cassazione

L’art. 1132 C.C. si applica solo all’ipotesi di delibera assembleare

Il Condomino non può sottrarsi al pagamento delle spese legali nelle cause ove il Condominio è convenuto

n ordine alla spinosa questione condominiale in materia di possibilità per il condomino di liberarsi dalle spese di un giudizio, esprimendo il proprio dissenso nelle forme e termini di cui all’art. 1132 C.C. si segnala l’arresto della Corte di Cassazione con la sentenza 7095/2017 del 20/03/2017 che costiuisce una pietra miliare a delimitazione dei limiti per il condomino di non pagare le spese legali nelle cause ove il condominio è convenuto.

 
La Suprema Corte, nell’affermare che l’amministratore può resistere all’impugnativa di delibera assembleare senza alcuna necessità né di autorizzazione assembleare né di ratifica, dato che la difesa in giudizio delle delibere rientra tra le sue attribuzioni ex art. 1131 c.c., ha chiarito che l’art. 1132 c.c. in tale fattispecie non è applicabile.
 
Scrivono infatti gli Ermellini:«tale ultima disposizione, tesa a mitigare gli effetti della regola maggioritaria che informa la vita del condominio, consente al singolo condomino dissenziente di separare la propria responsabilità da quella degli altri condomini in caso di lite giudiziaria, in modo da deviare da sé le conseguenze dannose di un’eventuale soccombenza. Dunque, ove non sia stata l’assemblea a deliberare la lite attiva o passiva ai sensi del predetto art. 1132 c.c., il condomino dissenziente soggiace alla regola maggioritaria. In tal caso egli può solo ricorrere all’assemblea contro i provvedimenti dell’amministratore, in base all’art. 1133 c.c., ovvero al giudice contro il successivo deliberato dell’assemblea stessa (nei limiti temporali, è da ritenere, previsti dall’art. 1137 c.c., richiamato dall’art. 1133 c.c.)».
 
Quindi, per sperare di sottrarsi al pagamento degli oneri di un giudizio ove il Condominio è convenuto, il condomino dissenziente potrà solo ricorrere all’assemblea avverso la decisione dell’amministratore di resistere in giudizio (magari adducendo che la domanda giudiziale è fondata e, quindi, il resistere è solo fonte di ulteriori oneri processuali).
 
Ove l’assemblea non accolga il suo ricorso e la decisione fosse illegittima, il dissenziente potrebbe impugnare tale delibera, ma, sintanto che tali giudizi non si siano conclusi, egli sarà tenuto al pagamento pro quota di quelle spese giudiziarie cui sperava sottrarsi.

 

 

 

 

 

La condanna della Telecom Italia

Il lavoratore demansionato ha diritto al risarcimento del danno

Logo TIM

Il Tribunale di Roma ha ingiunto a Telecom Italia spa (TIM) di pagare ad un lavoratore un importo mensile commisurato alla retribuzione globale di fatto a titolo di risarcimento del danno successivamente l’emissione della sentenza di accertamento (e condanna) di dequalificazione professionale.

Il caso, patrocinato dagli avv.ti Romolo Reboa e Roberta Verginelli, ha visto soccombere la Telecom Italia spa che, con sentenza n. 5127/2016, è stata condannata a corrispondere una percentuale, a titolo di risarcimento del danno, commisurato sulla retribuzione globale di fatto dal dì del demansionamento, avvenuto nell’anno 2012, sino alla effettiva reintegra nella mansione per cui il ricorrente venne assunto.

A seguito di mancato adempimento della Telecom Italia spa all’ordine di reintegra del lavoratore nella mansione precedentemente svolta, il Tribunale civile di Roma le ha ingiunto l’ulteriore pagamento di € 12.000,00 a titolo di risarcimento del danno maturato dal giorno della sentenza sino alla proposizione del ricorso per decreto ingiuntivo.

A tale provvedimento è seguito (e seguiranno) ulteriori ricorsi fino a che il lavoratore non verrà effettivamente reintegrato nella mansione adeguata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fondo di garanzia per avere il TFR a seguito del fallimento del datore di lavoro

altLa richiesta al Fondo di Garanzia di pagamento del TFR in caso di mancata ammissione al passivo. Cassazione sez. Lavoro, sentenza 27 gennaio, depositata 26 maggio 2015, n. 10824. 
Di seguito il testo:
 
 
Svolgimento del processo
 
1. S.I. prestava attività lavorativa subordinata con mansioni di addetto alle pulizie in favore della Gr. s.r.l. dal 1 febbraio 1991 al 9 ottobre 1992, data della risoluzione del rapporto di lavoro, maturando quindi il diritto al trattamento di fine rapporto, non erogatogli dalla predetta società-datrice di lavoro.
 Con sentenza del 17 novembre 1994 il Tribunale di Roma dichiarava il fallimento della Gr. s.r.l., fallimento chiuso il 23 luglio 1997.
 Il lavoratore non insinuava al passivo fallimentare il suo credito per il pagamento del T.F.R. maturato e, con ricorso del 14 settembre 1999, conveniva innanzi al Tribunale di Torino la Gr. s.r.l. per sentirla condannare al pagamento di quanto dovutogli a titolo di trattamento di fine rapporto.
 Con sentenza n. 1294/2000 l’adito Tribunale di Torino condannava la società, rimasta contumace, a pagare al ricorrente S. a titolo di maturato T.F.R. la somma di 6.4317,91.
La società datrice di lavoro non eseguiva la sentenza.
Con lettera raccomandata del 12 luglio 2002, il sig. S.I. richiedeva all’INPS-Fondo di Garanzia per il trattamento di fine rapporto il pagamento del predetto T.F.R, ritenendo che l’obbligo di intervento del Fondo di Garanzia citato scaturisse dal fatto di aver esperito nel 2001 una esecuzione forzata negativa ai danni della stessa Gr. che, secondo l’assunto del lavoratore, sarebbe tornata in bonis dopo la chiusura della procedura concorsuale.
L’INPS negava la prestazione in considerazione del fatto che il lavoratore non aveva insinuato il suo credito al passivo fallimentare, non essendo sufficiente per l’intervento del Fondo di Garanzia l’esperimento di esecuzioni forzate individuali nel caso in cui il datore di lavoro, come la Gr. s.r.l., sia oggetto alla disciplina delle procedure fallimentari.
Pertanto, con ricorso depositato l’8 gennaio 2007, il sig. S. conveniva in giudizio l’INPS dinanzi al Tribunale di Torino per sentire condannare l’Istituto al pagamento in suo favore del trattamento di fine rapporto dovutogli dalla Gr. s.r.l. sua ex datrice di lavoro così come accertato dalla sentenza n. 1294/2000 del medesimo Tribunale torinese, dopo la chiusura del fallimento della società debitrice.
 Il ricorrente esponeva di non aver fatto valere il suo credito nell’ambito della procedura fallimentare ormai chiusa per averla ignorata, documentando l’inutile tentativo di esecuzione forzata individuale nei confronti della società menzionata.
Si costituiva in giudizio l’INPS e chiedeva il rigetto del ricorso.
Il Tribunale di Torino accoglieva il ricorso proposto da S.I. e condannava il convenuto INPS a pagare al medesimo la somma di Euro 4.317,91 a titolo di T.F.R dovuto da parte della ex datrice di lavoro, s.r.l. Gr., dichiarata fallita.
2. A seguito di appello dell’INPS, nel contraddittorio con l’appellato, la Corte di appello di Torino, con sentenza n. 244/2009, ha respinto il gravame proposto dall’INPS e lo ha condannato al pagamento delle spese di lite del grado di giudizio.
3. Avverso detta sentenza d’appello propone ricorso per cassazione l’INPS.
 Resiste con controricorso la parte intimata. L’Inps ha anche depositato memoria.
 
Motivi della decisione
 
1. Con il ricorso, articolato in due motivi, l’Istituto deduce la prescrizione quinquennale del diritto azionato dall’originario ricorrente e comunque, nel merito, sostiene l’infondatezza della pretesa attesa la mancata insinuazione del credito per il TFR nel fallimento.
 
 2. Il primo motivo di ricorso è infondato.
Il diritto del lavoratore di ottenere dall’INPS, in caso di insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del trattamento di fine rapporto ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale, ed è perciò distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro e, pertanto, la prescrizione del diritto del lavoratore nei confronti del Fondo di garanzia è quella ordinaria (decennale); cfr. in proposito Cass., sez. Iav., n. 24 febbraio 2006, n. 4183. Più recentemente Cass., sez. VI-L, 9 giugno 2014, n. 12971, ha ribadito che il diritto del lavoratore di ottenere dall’Inps, in caso di insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del t.f.r. a carico dello speciale fondo di cui all’art. 2 l. 29 maggio 1982 n. 297, ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale, ed è perciò distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro (restando esclusa, pertanto, la fattispecie di obbligazione solidale), diritto che si perfeziona (non con la cessazione del rapporto di lavoro ma) al verificarsi dei presupposti previsti da detta legge (insolvenza del datore di lavoro, verifica dell’esistenza e misura del credito in sede di ammissione al passivo, ovvero all’esito di procedura esecutiva), con la conseguenza che, prima che si siano verificati tali presupposti, nessuna domanda di pagamento può essere rivolta all’Inps e, pertanto, non può decorrere la prescrizione del diritto del lavoratore nei confronti del fondo di garanzia. Cfr. anche Cass., sez. lav., 17 gennaio 2014, n. 901, secondo cui il credito per trattamento di fine rapporto maturato durante il periodo di cassa integrazione, in quanto non compensativo di prestazioni di lavoro effettivamente rese, ha natura previdenziale e non retributiva, in quanto inteso ad assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita del lavoratore temporaneamente ed involontariamente disoccupato, con conseguente soggezione alla prescrizione ordinaria decennale. Per la durata decennale della prescrizione v. anche Cass., sez. lav., 1 febbraio 2010, n. 2278.
 
 3. Infondato è anche il secondo motivo.
Questa Corte (Cass., sez. lav., 22 maggio 2007, n. 11945) ha affermato in proposito che in caso di fallimento del datore di lavoro, il pagamento del trattamento di fine rapporto da parte del fondo di garanzia istituito presso l’Inps richiede, secondo la disciplina di cui all’art. 2 legge n. 297 del 1982, che il lavoratore assolva all’onere di dimostrare che è stata emessa la sentenza dichiarativa del fallimento e che il suo credito è stato ammesso nello stato passivo. Però, ove l’ammissione del credito nello stato passivo sia reso impossibile dalla chiusura della procedura per insufficienza dell’attivo intervenuta dopo la proposizione, da parte del lavoratore, della domanda di insinuazione ma prima dell’udienza fissata per l’esame della domanda suddetta, il lavoratore che intenda chiedere l’intervento del fondo di garanzia ha l’onere di procedere preventivamente, ai sensi del quinto comma dell’art. 2, ad esecuzione forzata nei confronti del datore di lavoro tornato “in bonis” con la chiusura del fallimento. Ed è ciò che – secondo l’accertamento della Corte d’appello confermativo di quello del tribunale – ha fatto nella specie lo S. . D’altra parte l’INPS non ha allegato né provato che lo S. si sarebbe potuto insinuare nel fallimento. Cfr. anche Cass., sez. lav., 8 marzo 2012, n. 3640, che parimenti ha affermato che, ove l’ammissione del credito nello stato passivo sia stata resa impossibile dalla chiusura della procedura per insufficienza dell’attivo intervenuta prima che il lavoratore abbia avuto la possibilità di ottenere la verifica del proprio credito, il lavoratore che intenda chiedere l’intervento del fondo di garanzia ha l’onere di procedere preventivamente, ai sensi del quinto comma del suddetto art. 2, ad esecuzione forzata nei confronti del datore di lavoro tornato in bonis con la chiusura del fallimento.
 
4. Il ricorso nel suo complesso va quindi rigettato.
Alla soccombenza consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio di cassazione nella misura liquidata in dispositivo.
 
P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in Euro 100,00 (cento) per esborsi oltre Euro 1.500,00 (millecinquecento) per compensi d’avvocato ed oltre spese generali e accessori di legge.
  
 

Fondi ministeriali presso Banca d’Italia sono pignorabili

La Corte di Cassazione con sentenza n. 6078 del 26 marzo 2015 è intervenuta sulla pignorabilità dei fondi appartenenti al Ministero della Giustizia. Nel caso di specie il creditore dell’equa riparazione aveva tentato un pignoramento contro fondi depositati presso la Banca d’Italia appartenenti al Ministero della Giustizia. Accogliendo gli indirizzi della Corte Europea la Corte di Cassazione conferma che i fondi del Ministero della Giustizia, comunque diversi da quelli tassativamente indicati dal D.L. n. 143 del 2008, art. 1, sono da considerarsi liberamente pignorabili.
 
 Di seguito il testo della Sentenza della Corte di Cassazione n. 6078 del 26 marzo 2015:
 
Svolgimento del processo
 
B.G. convenne in giudizio il Ministero della Giustizia esponendo di avere promosso atto di pignoramento presso terzi sottoponendo ad esecuzione forzata somme detenute dalla Banca d’Italia, quale Tesoriere Provinciale dello Stato di Reggio Calabria, per conto del Ministero della Giustizia.
 
Precisò che il titolo esecutivo nasceva dal provvedimento di condanna giudiziale del Ministero della Giustizia al pagamento della somma di Euro 10.000,00 per equa riparazione da irragionevole durata del processo.
 
Instaurata la fase esecutiva, la Banca d’Italia rendeva dichiarazione positiva.
 
Il Ministero propose opposizione agli atti esecutivi sostenendo che la forma del pignoramento presso terzi non poteva essere utilizzata.
 
Il giudice dell’esecuzione si riservava sulla richiesta di sospensione rigettandola. Il Ministero propose reclamo ex artt. 624 e 669 terdecies c.p.c., che fu accolto con provvedimento del 16.11.2009.
La B. introdusse il giudizio di merito ai sensi dell’art. 617 c.p.c..
 
Resistette il Ministero.
Il tribunale, con sentenza del 23.2.2011, accolse l’opposizione proposta dal Ministero e dichiarò la nullità del pignoramento presso terzi.
 
Ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi illustrati da memoria B.G.. L’intimato non ha svolto attività difensiva.
 
Motivi della decisione
 
Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 12 disp. gen., in relazione al D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181.
 
 Con il secondo motivo si denuncia falsa applicazione della D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181.
 
 Con il terzo motivo si propone questione di legittimità costituzionale del D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181, in relazione agli artt. 2, 3, 10, 11, 24, 80 e 111 Cost..
 
 I primi due motivi, esaminati congiuntamente, sono fondati per le ragioni e nei termini che seguono.
 
 La L. n. 89 del 2001, ha introdotto nell’ordinamento italiano la possibilità di ricorrere alle Corti territoriali per ottenere la c.d. “equa riparazione” per l’irragionevole durata del processo. La finalità della c.d. legge “Pinto” era quella di evitare che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo fosse adita direttamente. Lo Stato Italiano, però, condannato ripetutamente, oltre che dalle Corti di merito, anche dalla Corte di Giustizia Europea, continua a frapporre ostacoli di ogni tipo alla reale riparazione del danno causato alla vittima della violazione del par. 6 della Carta dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali nonchè della L. n. 89 del 2001, art. 2, (queste le norme che sanciscono il diritto di ogni individuo ad un processo sollecito).
 
In sostanza, attraverso la cd. dichiarazione di impignorabilità dei beni appartenenti al Ministero della Giustizia, l’esecuzione dei decreti di condanna è praticamente impossibile.
 
 La L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1348, ha dichiarato impignorabili alcuni fondi di proprietà del Ministero della Giustizia.
 
Sono stati, pertanto, pignorati nelle forme dell’espropriazione forzata presso terzi, fondi diversi da questi, non ricompresi nella previsione normativa.
 
Successivamente, interviene il D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181 – che ha esteso la disciplina sui pignoramenti da eseguirsi nelle forme di cui al D.L. 25 maggio 1994, n. 313, art. 1, anche ai fondi del Ministero della Giustizia precedentemente dichiarati impignorabili.
 
Il Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Reggio Calabria ha preso atto della diversità delle somme pignorate rispetto a quelle previste dalla legge come impignorabili ed anche rispetto a quelle per le quali è stata sottratta la possibilità di procedere presso terzi.
 
Ma il Ministero della Giustizia ha proposto opposizione e poi reclamo al Collegio sostenendo la tesi secondo cui, tale ultima normativa si applicherebbe anche a quei fondi del Ministero della Giustizia diversi da quelli dichiarati impignorabili e non contenuti nella tassativa previsione di legge.
 
Il Collegio ha riscontrato il fumus boni juris per sospendere la procedura esecutiva presso terzi in attesa della decisione nel merito.
 
E’ necessario ripercorrere la normativa succedutasi negli anni in materia di pignoramenti su somme di pertinenza del Ministero della Giustizia.
 
La L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 294 bis, inserito dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1348, rende impignorabili i “fondi destinati al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria nonchè gli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale Amministrato dal Ministero della Giustizia e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri accreditati mediante aperture di credito in favore dei funzionari delegati degli uffici centrali e periferici del Ministero della Giustizia, degli uffici giudiziari e della Direzione Nazionale Antimafia e della Presidenza del Consiglio dei Ministri”.
 
Con tale norma, quindi, il legislatore ha inteso rendere impignorabili i fondi del Ministero della Giustizia destinati agli scopi ivi tassativamente indicati.
 
Tutte le altre somme diverse da quelle contenute nella norma indicata sono liberamente pignorabili nelle forme della esecuzione forzata presso terzi.
 
Ciò è tanto vero che la dichiarazione del terzo (Banca d’Italia) solo nel primo caso è negativa, mentre nel secondo caso (fondi diversi, quali Irpef, Fua, Irap e simili) è positiva, con conseguente accantonamento delle somme e senza riserve.
 
Successivamente, è intervenuto il D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181, il cui tenore testuale è il seguente: “1. Il D.L. 25 maggio 1994, n. 313, art. 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 luglio 1994, n. 460, e successive modificazioni, si applica anche ai fondi destinati al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria, nonchè agli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale amministrato dal Ministero della giustizia, accreditati mediante aperture di credito in favore dei funzionari delegati degli uffici centrali e periferici del Ministero della giustizia, degli uffici giudiziari e della Direzione nazionale antimafia”.
 
 Tale D.L. n. 313 del 1994, art. 1, prevedeva delle procedure speciali per i fondi appartenenti alle Prefetture.
 
 Il senso del D.L. 16 settembre 2008, n. 143, art. 1 ter, convertito in L. 13 novembre 2008, n. 181, è chiaro: il D.L. n. 313 del 1994, art. 1, è applicabile alle sole somme destinate “al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria nonchè agli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale amministrato dal Ministero della Giustizia”.
 
 Il Ministero della Giustizia sostiene, invece, l’estensione di tale norma anche ai fondi non previsti nella stessa e diversi da quelli ivi tassativamente indicati.
 
Ma un tale interpretazione non trova alcun addentellato normativo.
 
Tutte le altre somme diverse da quelle destinate “al pagamento di spese per servizi e forniture aventi finalità giudiziaria o penitenziaria nonchè agli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale amministrato dal Ministero della Giustizia” esulano dalla recente disposizione e rimangano, pertanto, pignorabili nelle forme della procedura esecutiva presso terzi, in assenza di una chiara ed espressa disposizione di senso contrario”.
 
 Diversamente, si verrebbe a creare una norma che in realtà non esiste, con palese violazione dell’art. 12 preleggi.
 
L’interpretazione propugnata oltrepassa i limiti imposti dal citato art. 12 preleggi, con un’inammissibile sostituzione al legislatore.
 
 La nuova norma che ne deriverebbe consentirebbe la pignorabilità nelle forme previste dal libro III, Titolo II, Capo II c.p.c., secondo la speciale procedura ivi prevista anche dei fondi diversi da quelli indicati, peraltro tassativamente, nel D.L. n. 143 del 2008, art. 1 ter.
 
 Ma una tale interpretazione si pone in irrimediabile conflitto con il dato letterale del D.L. n. 143 del 2008, art. 1 ter.
 
 Anche la Corte di cassazione ha spesso affermato che, per quanto si possa interpretare estensivamente una norma, non si può andare oltre il suo dato testuale, costituendo questo un limite invalicabile ex art. 12 preleggi (fra le varie Cass. 16.10.1975 n. 3359; Cass. 13.11.1979 n. 5901; Cass. 23.9.1985 n. 4711; Cass. 18.8.2003 n. 12081).
 
 La chiarezza ed univocità del testo normativo non consentono la lettura propugnata.
 
 Del resto, la nuova norma indica gli stessi fondi contenuti nel precedente L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 1348, che li dichiarava allora impignorabili.
 
 Dal 27 dicembre 2006 in poi, il Giudice dell’Esecuzione ha dichiarato improcedibili per impignorabilità le procedure che riguardavano detti fondi, mentre, se il pignoramento ricadeva su fondi diversi (quali, Irap, Fua, Irpef e simili), il Giudice procedeva all’assegnazione delle somme accantonate, ritenendole ovviamente pignorabili.
 
 La difesa dell’Amministrazione, presentandosi alle varie udienze, controllava le dichiarazioni di Terzo e se il pignoramento ricadeva sui fondi pignorabili (Irap, Fua, Irpef e simili) dichiarava di non aver nulla in contrario all’assegnazione e non presentava alcuna opposizione.
 
 Oggi, dopo l’entrata in vigore del citato D.L. n. 143 del 2008, sotto il profilo dell’individuazione dei fondi liberamente pignorabili non è cambiato nulla.
 
 La nuova norma, infatti, impone la procedura di cui al D.L. n. 313 del 1994, ai pignoramenti riguardanti esattamente i medesimi fondi che la L. n. 296 del 2006, aveva dichiarato impignorabili.
 
 Le due norme (D.L. n. 143 del 2008, art. 1, e L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1348) – nel testo sono usate le medesime parole – sono identiche nell’indicazione dei fondi soggetti alle rispettive normative. Pertanto, gli altri fondi (Irap, Fua, Irpef e simili), liberamente pignorabili anche presso terzi e sempre assegnati dal Giudice dell’Esecuzione, senza alcuna opposizione, sono rimasti esattamente tali.
 
 D’altra parte, se la norma fosse interpretata nel senso inteso dal Ministero della Giustizia, la stessa, secondo recenti pronunce della Consulta, sarebbe incostituzionale per quanto attiene i crediti nascenti dalla condanna del Ministero della Giustizia all’equa riparazione per violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali.
 
 La Corte di Strasburgo ha, infatti, sancito il principio di civiltà secondo cui lo stato membro è obbligato a stanziare le somme destinate alla soddisfazione del creditore senza frapporre ostacoli, pena l’ulteriore violazione dell’art. 6 della Convenzione per mancata esecuzione della sentenza interna che accerta il diritto di credito dell’individuo nei confronti dello Stato (Sezione IV, 19 giugno 2007, ricorso n. 19981/02). La Corte Costituzionale, poi, con le due pronunce n. 348/2007 e 349/2007 ha definitivamente affermato che le leggi interne contrarie alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sono incostituzionali e rispetto ad esse va sollevata questione di legittimità.
 
 Peraltro, la Costituzione Italiana ha pienamente recepito i trattati internazionali e, pertanto, ove la legge italiana vi si ponga in insanabile contrasto, essa deve essere disapplicata, ovvero dichiarata incostituzionale.
 
 La violazione del diritto alla ragionevole durata del processo è particolarmente grave e odiosa, come il mancato rispetto della Carta dei diritti dell’Uomo, ed è di pari rango alla tortura, alla negazione della libertà di stampa e di espressione, all’impedimento dell’esercizio dei diritti civili etc..
 
 La Corte Europea (sentenza del 31 marzo 2009) ha espressamente sottolineato, respingendo la tesi del Governo, che non si può chiedere ad un individuo, che ha già fatto ricorso alla c.d. legge Pinto per ottenere un indennizzo per la durata eccessiva del processo, di presentare un nuovo ricorso se la sentenza di condanna non viene eseguita in tempi rapidi.
 
 Con detta pronuncia, la Corte Europea ha ulteriormente condannato lo Stato Italiano perchè le sentenze emesse in forza della legge “Pinto”, non solo non vengono eseguite, ma vengono ostacolate con mezzi francamente inaccettabili.
 
Non è consentito al Giudice emettere nuove norme, pena il superamento della divisione dei poteri che vede nel Parlamento l’unico organo legislativo dello Stato.
 
Pertanto, i fondi del Ministero della Giustizia, comunque diversi da quelli tassativamente indicati dal D.L. n. 143 del 2008, art. 1, sono liberamente pignorabili.
 
 In questo stesso senso si è già espressa anche la Corte di cassazione con l’ordinanza del 28.10.2014 n. 22854.
 
Nè è applicabile, nella specie, l’attuale disposizione della L. n. 89 del 2001, art. 5 quinquies, – che prevede la modalità di pignoramento cd. diretto, vale dire nella forma dell’espropriazione diretta presso il debitore, attraverso atto notificato al funzionario delegato del distretto in cui è stato emesso il provvedimento giurisdizionale posto in esecuzione (inserito dal D.L. 8 aprile 2013, n. 35, art. 6, conv., con modificazioni, dalla L. 6 giugno 2013, n. 64).
 
Questa norma è entrata in vigore in data 9 aprile 2013, ai sensi del D.L. n. 35 del 2013, art. 13, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 82 dell’8 aprile 2013. Essa regola le modalità dell’azione esecutiva; ragion per cui, in mancanza di apposita disciplina transitoria, la nuova normativa non può che regolare le azioni esecutive intraprese con atti di pignoramento eseguiti successivamente alla data della sua entrata in vigore.
 
Ciò che non è nel caso in esame, in cui il pignoramento presso terzi è stato introdotto con atto notificato il 6.12.2008. Da ultimo, le conclusioni raggiunte rendono irrilevante la prospettata questione di costituzionalità sollecitata con il terzo motivo.
 
Conclusivamente, il ricorso è accolto e la sentenza è cassata.
 
Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la Corte decide nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, rigettando l’opposizione proposta dal Ministero della Giustizia.
 
 L’oggettiva complessità delle questioni trattate giustifica la compensazione delle spese del giudizio di merito e di quello di cassazione.
 
P.Q.M.
 
La Corte accoglie il ricorso. Cassa e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione del Ministero della Giustizia. Compensa le spese del giudizio di merito e di quello di cassazione.
 
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 27 novembre 2014.
Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2015
  
 

Società cooperative e responsabilità dell’amministratore

altAnche nella società cooperativa a responsabilità limitata l’autorizzazione dell’assemblea al promovimento dell’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, richiesta dall’art. 2393 c.c., costituisce una condizione dell’azione, la cui esistenza va verificata d’ufficio dal giudice; è sufficiente, peraltro, che tale autorizzazione sussista nel momento della pronuncia della sentenza che definisce il giudizio. Questa la massima ufficiale della Cassazione in merito ad un giudizio in cui l’avv. Romolo Reboa ha rappresentato e difeso uno degli ex amministratori della Coop. Verderoma. 

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Corte di Giustizia UE: diritto a compensazione pecuniaria in caso di ritardo del volo

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I passeggeri di voli ritardati hanno diritto ad una compensazione pecuniaria. Lo ha stabilito  la Corte di Giustizia europea, con la sentenza  23.10.2012 n° C-581/10  secondo cui ”quando i passeggeri raggiungono la loro destinazione finale tre ore o piu’ dopo l’orario di arrivo originariamente previsto, possono chiedere alla compagnia aerea una compensazione forfettaria tra i 250 e i 600 euro, salvo che il ritardo non sia dovuto a circostanze eccezionali”. Il presidente dell’Associazione Insieme Consumatori, avv. Romolo Reboa, ha dichiarato che l’Associazione si sta attivando per il risarcimento di quanti hanno subito un ritardo aereo. Di seguito il testo integrale della sentenza: C_ giust_ UE 23_10_2012 compensazione ritardo v_ Montreal (Tamburro).pdf

 

CGA: rinvio alla Corte di Giustizia sul rapporto tra ricorso principale e incidentale

alt Il Consiglio di Giustizia Amministrativa, con l’ordinanza n. 848 del 17 ottobre 2013, ha ritenuto doveroso sospendere il giudizio di cui era stato investito per operare un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, formulando dei quesiti relativi, da un lato, all’ordine da seguire nell’esame dei ricorsi presentati (nel caso in cui al ricorso principale segua un ricorso cd. escludente), e dall’altro, alla conformità al diritto comunitario della norma che vincola tutte le sezioni del Consiglio di Stato a conformarsi ai principi di diritto enunciati dall’Adunanza Plenaria. Di seguito il testo integrale dell’ordinanza 17 ottobre 2013, n. 848 del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ricorsi.pdf

 

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